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Esame testimoniale nel procedimento penale connesso

Esame testimoniale nel procedimento penale connesso

L’ESAME TESTIMONIALE DI PERSONA IMPUTATA IN UN PROCEDIMENTO PENALE CONNESSO

L’istituto della connessione ricorre quando tra una pluralità di imputazioni sussiste un vincolo in relazione agli autori di reato o ai fatti commessi.

La connessione, disciplinata dagli articoli 12 e ss. c.p.p., è un criterio attributivo della competenza del Giudice. Si tratta di ipotesi in cui è opportuna e penalmente rilevante la trattazione unitaria dei procedimenti penali, con la conseguenza necessaria della trattazione di un unico “simultaneus processus”, anche a discapito degli ordinari criteri di competenza.

Ai sensi dell’articolo 12 c.p.p. si ha connessione di procedimenti:

  1. Se il reato per cui si procede è stato commesso da più persone in concorso o cooperazione fra loro, o se più persone con condotte indipendenti hanno determinato l’evento (connessione soggettiva);
  2. Se una persona è imputata di più reati commessi con una sola azione od omissione ovvero con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso (connessione oggettiva);
  3. Se dei reati per cui si procede, gli uni sono stati commessi per eseguire o per occultare gli altri (connessione teleologica).

 

Il fenomeno della connessione comporta quindi ripercussioni in tema di giurisdizione, competenza per materia e competenza per territorio.

Per ciò che concerne la competenza per materia, essa viene determinata attribuendo al Giudice di competenza superiore la cognizione di tutti i reati, secondo una scala di priorità che va dalla Corte di Assise al Tribunale.

Per quanto riguarda la competenza per territorio, invece, per i procedimenti connessi rispetto ai quali più Giudici sono ugualmente competenti per materia, appartiene al Giudice competente per il reato più grave e, in caso di grave parità, al Giudice competente per il primo reato.

 

Per ciò che concerne invece i reati di competenza del Tribunale per i minorenni, la connessione non opera fra procedimenti relativi a imputati che al momento del fatto erano minorenni e procedimenti relativi a imputati maggiorenni. La connessione non opera neanche fra procedimenti per reati commessi quando l’imputato era minorenne e procedimenti per reati commessi quando era maggiorenne.

 

La materia in oggetto, ha dei riflessi anche sul piano processuale, con particolare riferimento alla disciplina dell’esame testimoniale. Infatti l’art. 197 lett. a e b c.p.p., delinea un’area di incompatibilità a testimoniare con riguardo alla situazione di chi sia coimputato del medesimo reato o imputato in un procedimento connesso a norma dell’art. 12 comma 1 lett. a c.p.p., sempreché nei suoi confronti non sia già stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell’art. 144 c.p.p.

A questa ipotesi di incompatibilità assoluta a testimoniare dell’imputato, ex art. 197 lett. a c.p.p., si affianca nella successiva lett. b, un’ulteriore ipotesi di incompatibilità, con riferimento alla situazione di chi sia imputato in un procedimento penale connesso ai sensi dell’art. 12 comma 1 lett. c, c.p.p., ovvero di un reato collegato a norma dell’art. 371 comma 2 lett. b, c.p.p., naturalmente sempreché nei suoi confronti non sia stata già pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p. Tuttavia, tale ultima ipotesi di incompatibilità risulta temperata dalla clausola espressa nella lett. b dell’art. 197 c.p.p., che fa salvo quanto previsto dall’art. 64 comma 3, lett. c, c.p.p. Ne consegue che quest’ultima causa di non punibilità non opera allorché siano realizzate le circostanze descritte del medesimo art. 64 comma 3, lett. c c.p.p. In tale eventualità gli imputati cui si riferisce l’art. 197 lett. b, c.p.p., assumono il ruolo di testimone in ordine ai fatti concernenti la responsabilità di altri che siano stati oggetto delle proprie precedenti dichiarazioni. Tuttavia ciò non accade per gli imputati ex art. 197 lett. a c.p.p., ai quali è riservata come si vedrà la disciplina prevista dall’art. 210 c.p.p.

 

Quanto detto finora, trova conferma nella disciplina dell’art. 197 bis c.p.p., atto a regolare la posizione delle persone che rivestendo (o avendo rivestito) la qualifica di imputato in un procedimento connesso o collegato, nondimeno possono ricoprire l’ufficio di testimone (fatte salve le incompatibilità previste dall’art. 197 c.p.p.).

Tali sono, in primo luogo, gli imputati che si siano trovati nelle situazioni descritte dall’art. 197 lett. a e b, allorquando nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, ovvero sentenza irrevocabile di condanna, ivi compresa la sentenza di patteggiamento.

Tali sono, in secondo luogo, gli imputati in un procedimento connesso ai sensi dell’art. 12 comma 1 lett. c c.p.p. o di un reato collegato a norma dell’art. 371 comma 2 lett. b c.p.p., i quali in sede di interrogatorio abbiano reso dichiarazioni concernenti l’altrui responsabilità, essendo stati ritualmente avvisati ex art. 64 comma 3 lett. c c.p.p., circa le conseguenze del rilascio di simili dichiarazioni proprio in ordine all’assunzione, da parte degli stessi, dell’ufficio di testimone.

Si tratta di testimoni che godono di un regime particolare dal punto di vista delle garanzie, in ragione del rischio che, tenuto conto del particolare status processuale, dall’adempimento del dovere di deporre possa derivare loro qualche pregiudizio sul terreno dell’accertamento delle proprie eventuali responsabilità.

Anzitutto si stabilisce che nelle ipotesi in questione il testimone venga assistito da un difensore (il c.d. testimone assistito), con l’ulteriore prescrizione relativa alla nomina di un difensore d’ufficio nel caso di mancanza di un difensore di fiducia.

In tale ipotesi, il testimone non può essere obbligato a deporre su fatti per i quali ha subito una condanna, se nel relativo processo ha negato la sua responsabilità ovvero non aveva reso dichiarazioni. Inoltre quando si versi in una delle situazioni previste dal successivo comma 2 dell’art. 197 bis c.p.p., si stabilisce che il testimone è del pari esonerato dall’obbligo di deporre sui fatti concernenti “la propria responsabilità in ordine al reato per cui si procede o si è proceduto nei suoi confronti”, così specificando il principio per cui nessun testimone può essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale.

In ordine ai criteri di valutazione della prova assunta: le dichiarazioni rese non possono essere utilizzate contro il testimone in un eventuale procedimento di revisione o in giudizio civile o amministrativo; inoltre le dichiarazioni rese da tale testimone devono essere valutate secondo i parametri di cui all’articolo 192, comma 3, c.p.p. il che significa che per la loro attendibilità, necessitano dei riscontri estrinseci.

 

Un’apposita regolamentazione risulta essere infine prevista dall’art. 210 c.p.p., con riguardo all’esame dibattimentale delle persone imputate in un procedimento connesso (deve trattarsi di procedimenti connessi a norma dell’art. 12 comma 1 lett. a c.p.p., nei confronti dei quali si proceda o si sia proceduto separatamente e che non possono assumere l’ufficio di testimone). Riguardo a tali soggetti si stabilisce che nei dibattimenti relativi a processi diversi da quello in cui rivestano formalmente la qualità di imputati, essi vadano di regola esaminati a richiesta di parte, ma possano, esserlo anche d’ufficio, quando ai medesimi sia stato fatto riferimento nell’ambito di una testimonianza, o di un esame, di natura indiretta (art. 210 comma 1 c.p.p.).

La disciplina dell’esame dei soggetti in questione è costruita sulla base di un assetto intermedio tra quello di testimone e quello di imputato.

Essi infatti hanno l’obbligo di presentarsi al Giudice, il quale, ove occorra, ne ordina l’accompagnamento coattivo; devono essere assistiti da un difensore che ha diritto di partecipare all’esame (art. 210 comma 3 c.p.p., tanto è vero che laddove il soggetto in questione fosse privo di difensore, ne viene assegnato uno d’ufficio); A tali soggetti è riconosciuto il diritto al silenzio.

All’esame testimoniale si applicano le disposizioni previste dagli articoli 194, 195, 498, 499 e 500 c.p.p.

Ne deriva che i soggetti cui dovrà applicarsi la particolare disciplina dell’esame attualmente prevista dall’art. 210 c.p.p. sono soltanto quelli non ricompresi nell’area degli imputati che a norma dell’art. 197 bis c.p.p. assumono l’ufficio di testimone. Lo speciale meccanismo di acquisizione della prova dichiarativa ex art. 210 c.p.p., con le peculiarità evidenziate, risulta oggi riservato alle persone imputate in un procedimento connesso a norma dell’art. 12 comma 1 lett. a c.p.p., le quali non possono assumere l’ufficio di testimone.

 

L’art. 210 comma 6 c.p.p. stabilisce che debba applicarsi la disciplina contenuta nell’intero articolo citato, alle persone imputate in un procedimento connesso ai sensi dell’art. 12 comma 1 lett. c c.p.p. o di un reato collegato a norma dell’art. 371 comma 2 lett. b c.p.p., che tuttavia non abbiano in precedenza reso dichiarazioni concernenti la responsabilità dell’imputato.

Si prevede altresì che a tali soggetti, pur chiamati per essere esaminati a norma dell’art. 210 c.p.p., venga comunque dato loro l’avvertimento previsto dall’art. 64 comma 3 lett. c c.p.p., nel qual caso ove gli stessi non si avvalgono della facoltà di non rispondere, gli stessi assumeranno l’ufficio di testimone con conseguente obbligo di dire la verità.

 

Per concludere, quindi, si possono delineare tre situazioni in ordine a un imputato in un procedimento connesso che venga escusso in dibattimento:

  • Che sia chiamato a riferire della responsabilità di altri, ma non puó assumere la veste di testimone, in quanto imputato in un procedimento connesso ai sensi dell’articolo 12, comma 1, lett. a). Sarà quindi sentito con le garanzie previste dall’articolo 210, commi 1-5;
  • Che sia imputato in procedimento connesso ai sensi dell’articolo 12, lettera c)p.p. o collegato ai sensi dell’articolo 371, lettera b) c.p.p. e sia chiamato a riferire della responsabilità di altri, senza però che in passato abbia fatto dichiarazioni in merito: in tal caso si applica il comma 6 dell’articolo 210 c.p.p. che prevede l’obbligo dell’avvertimento della facoltà di non rispondere, e l’avvertimento che, per le dichiarazioni rese contro terzi, la parte assumerà l’ufficio di testimone;
  • Che sia chiamato a riferire della responsabilità di altri, ma in presenza dei presupposti di cui alla lettera a) e b) dell’articolo 197 c.p.p. (dopo il passaggio in giudicato della sentenza che lo riguarda). In tal caso la persona non sarà esaminata ai sensi dell’articolo 210 c.p.p., ma avendo assunto la veste di testimone, le modalità di escussione sono quelle previste dall’articolo 197 bis p.p. (presenza del difensore).

È da rilevare che la persona offesa di un reato che sia anche imputata di altro reato commesso in danno dell’offensore (da considerare quindi collegato ai sensi dell’articolo 371 comma 2 lettera b c.p.p.), deve essere sentita non come teste, ma nelle forme di cui all’articolo 210, comma 6 c.p.p. e le dichiarazioni rese vanno valutate secondo la regola dettata dall’articolo 192 comma 3 c.p.p.

Studio Legale Boccia

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