';

Le intercettazioni telefoniche

Le intercettazioni telefoniche

Milano, 2 aprile 2021

LE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

L’intercettazione, vista da un avvocato penalista a Milano, disciplinata dagli articoli 266 e ss. c.p.p., consiste nell’attività, attuata mediante strumenti tecnici specializzati, consistente nella captazione di comunicazioni o conversazioni telefoniche e altre forme di telecomunicazione.

La Cassazione ha infatti affermato che “le intercettazioni regolate dalla legge processuale consistono nella captazione occulta e contestuale di una comunicazione o conversazione tra due o più soggetti che agiscano con l’intenzione di escludere altri e con modalità oggettivamente idonee allo scopo, attuata da soggetto estraneo alla stessa mediante strumenti tecnici di percezione tali da vanificare le cautele ordinariamente poste a protezione del suo carattere riservato” (Cass. Sez. VI, n. 12189, 29 marzo 2005).

L’intercettazione è consentita solo per alcune categorie di reati:

– delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4 c.p.p.;
– delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4 c.p.p.;
– delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;
– delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;
– delitti di contrabbando;

– reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazioni del mercato, molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono;
– delitti previsti dall’articolo 600 ter, terzo comma, del codice penale, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600 quater.1 del medesimo codice, nonché dall’art. 609undecies;
– delitti previsti dagli articoli 444, 473, 474, 515, 516, 517 quater e 633, secondo comma, c.p.;
– delitto previsto dall’articolo 612 bis del codice penale;

– delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo.

Le intercettazioni possono consistere nell’acquisizione di conoscenza di telecomunicazioni telefoniche e di colloqui tra presenti all’insaputa di almeno uno degli interessati (le c.d. intercettazioni ambientali). Inoltre, ai sensi dell’articolo 266 bis c.p.p. sono consentite anche le intercettazioni del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici o intercorrente tra più sistemi.

 

L’intercettazione è l’attività del Pubblico Ministero, che richiede al Giudice per le Indagini Preliminari l’autorizzazione a disporre le operazioni previste dall’articolo 266 c.p.p.; è quindi il Giudice ad autorizzarla, dopo averne vagliato i presupposti di legittimità.

L’autorizzazione è data con decreto motivato quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

Il Giudice delle Indagini Preliminari svolge quindi un ruolo di garanzia e di controllo, per assicurare la legalità dell’intercettazione e il contemperamento degli opposti interessi dell’accusa, della difesa e dei cittadini estranei.

Il decreto del Pubblico Ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non puó superare i quindici giorni, ma puó essere prorogata dal Giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni.

Nel caso in cui si proceda per reati di criminalità organizzata, per disporre le intercettazioni bastano sufficienti indizi di reità; l’autorizzazione ha la durata di quaranta giorni e puó essere prorogata più volte, per periodi di venti giorni.

Nell’intercettazione di comunicazioni tra persone presenti qualora abbia luogo in una dimora privata, occorre l’ulteriore presupposto, che vi sia anche attualità di svolgimento dell’attività criminosa.

Nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare un grave pregiudizio alle indagini, il Pubblico Ministero dispone l’intercettazione con decreto motivato, che va comunicato immediatamente al Giudice per le indagini preliminari.

 

Il captatore informatico, definito anche trojan horse, è un programma informatico che, essendo in grado di attivare il microfono e la telecamera dello smartphone o del personal computer, permette di realizzare l’intercettazione delle conversazioni che avvengono tra presenti senza la necessitá di apporre materialmente una microspia.

Tale strumento pur essendo particolarmente utile ai fini delle indagini, presenta dei profili di criticità sul piano del diritto alla riservatezza dei soggetti coinvolti dalle indagini e dei terzi estranei.

Sul punto sono intervenute le Sezioni Unite, stabilendo il principio di diritto secondo cui tale strumento è utilizzabile per realizzare intercettazioni “tra presenti” esclusivamente nei procedimenti per delitti di criminalità organizzata.

In materia è da segnalarsi l’introduzione nel del dicembre del 2017, con il decreto legislativo n. 216, di una disciplina specifica delle intercettazioni con riguardo alla regolamentazione dell’utilizzo nelle indagini del trojan e dell’uso del materiale così raccolto. Tale disciplina ha infatti previsto che le intercettazioni attraverso l’inserimento di un captatore informatico su un dispositivo elettronico portatile, qualora le captazioni avvengano in luogo di privata dimora, sono consentite solo se vi è fondato motivo di ritenere che in essa si stia svolgendo un’attività criminosa.

Inoltre, se le intercettazioni riguardano delitti previsti dall’articolo 51, commi 3 bis e quater c.p.p., il captatore puó essere utilizzato in luoghi di privata dimora anche in assenza della condizione che ivi vi si stia svolgendo l’attività criminosa; se invece riguardano delitti dei pubblici ufficiali o degli incaricati di un pubblico servizio contro la pubblica amministrazione, l’utilizzo del captatore in una privata dimora è consentito solo per delitti per cui è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni e il provvedimento che lo autorizza deve indicare le specifiche ragioni che giustificano il suo utilizzo.

Il decreto 216 del 2017 inoltre prevede che l’utilizzo del captatore informatico al fine di compiere intercettazioni ambientali in luoghi pubblici o aperti al pubblico, è ammissibile per le indagini relative a tutte le fattispecie penali.

Il decreto in esame prevede inoltre una disciplina particolare per l’utilizzo del captatore in relazione ai delitti dei pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio nei confronti della Pubblica Amministrazione: l’articolo 6 del decreto oggetto di studio, infatti, dispone che in tali procedimenti quando il reato ipotizzato è punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, l’intercettazione è consentita anche in presenza di indizi sufficienti.

 

Per ciò che concerne l’esecuzione delle operazioni di intercettazione l’art. 268 comma 3 c.p.p. prevede che dette operazioni possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli impianti installati presso la procura della Repubblica. Solo quando questi risultino insufficienti e sussistano ragioni eccezionali di urgenza, il Pubblico Ministero puó disporre, con provvedimento motivato, il compimento delle operazioni mediante impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria. L’art. 271, co. 1 c.p.p. stabilisce che i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora le stesse siano state eseguite fuori dai casi consentiti dalla legge o qualora non siano state osservate le disposizioni previste dagli artt. 267 e 268 commi 1 e 3 c.p.p.

L’articolo 268 c.p.p. dispone che le registrazioni e i verbali, in cui è trascritto il contenuto delle comunicazioni intercettate, sono immediatamente trasmessi al Pubblico Ministero per la conservazione nell’archivio, ed entro cinque giorni dalla conclusione delle operazioni essi sono depositati presso l’archivio insieme ai decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l’intercettazione, rimanendovi per il tempo fissato dal P.M., salvo che il Giudice non riconosca necessaria una proroga.

Inoltre, se dal deposito puó derivare un grave pregiudizio per le indagini, il Giudice autorizza il Pubblico Ministero a ritardarlo non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

Ai difensori delle parti viene immediatamente dato avviso che, entro il termine fissato a norma dei commi 4 e 5 dell’articolo 268 c.p.p., per via telematica hanno facoltà di esaminare gli atti e ascoltare le registrazioni ovvero di prendere cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche. Una volta scaduto il termine, il Giudice dispone l’acquisizione delle conversazioni o dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche indicati dalle parti, che non appaiono irrilevanti, procedendo anche d’ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l’utilizzazione e di quelli che riguardano categorie particolari di dati personali, sempre che non ne sia dimostrata la rilevanza. Il Pubblico Ministero e i difensori hanno diritto di partecipare allo stralcio e sono avvisati almeno ventiquattro ore prima.

Ai sensi dell’articolo 269 c.p.p. i verbali e le registrazioni sono conservati integralmente in apposito archivio gestito e tenuto sotto la direzione e la sorveglianza del Procuratore della Repubblica dell’ufficio che ha richiesto ed eseguito le intercettazioni.

Infine, l’articolo 270 c.p.p. dispone che i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza e dei reati di cui all’articolo 266, comma 1, c.p.p.. Le Sezioni Unite in merito, hanno affermato il principio per cui “il divieto di cui all’art. 270 cod. proc. pen. di utilizzazione dei risultati di intercettazioni di conversazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali siano state autorizzate le intercettazioni – salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza – non opera con riferimento ai risultati relativi a reati che risultino connessi ex art. 12 cod. proc. pen. a quelli in relazione ai quali l’autorizzazione era stata ab origine disposta, sempreché rientrino nei limiti di ammissibilità previsti dalla legge”, valorizzando quindi la verifica di un legame sostanziale tra il reato in relazione al quale è stata concessa l’autorizzazione e quello, diverso, emerso mediante tale attività (Cass. Sez. Un., 28 novembre 2019, n. 51).

Il decreto legislativo 216 del 2017 ha introdotto, inoltre, il comma 1 bis all’articolo 270 c.p.p. estendendo la disposizione anche alle intercettazioni operate con captatore informatico, disponendo che anche i risultati delle intercettazioni tra presenti operate con questo strumento possono essere utilizzati anche per la prova di reati diversi da quelli per i quali è stato emesso il decreto di autorizzazione qualora risultino indispensabili per l’accertamento dei delitti indicati dall’articolo 266, comma 2 bis, c.p.p..

L’articolo 271 c.p.p. stabilisce che i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora le stesse siano state eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge o qualora non siano state osservate le disposizioni previste dagli articoli 267 e 268 commi 1 e 3, c.p.p.. Il comma 1 bis dell’articolo in esame, introdotto dal decreto 216 del 2017, prevede inoltre l’inutilizzabilità dei dati acquisiti, nelle operazioni con captatore informatico, al di fuori dei limiti di tempo e di luogo indicati nel decreto autorizzativo.

 

Il 30 dicembre 2019 è entrato in vigore il decreto legge 161, concernente la nuova riforma sulle intercettazioni, convertito con modifiche dalla Legge n.7 del 2020. La disciplina in esame intitolata “Modifiche urgenti alla disciplina delle intercettazioni di conversazioni e comunicazioni”  è intervenuta anche sul decreto legislativo 216 del 2017.

Fra le novità introdotte dal decreto, spiccano la creazione di un archivio digitale presso ogni Procura e la sorveglianza da parte del Procuratore Capo; l’estensione del divieto di pubblicazione a tutte le intercettazioni non acquisite nel corso del procedimento; l’estensione della possibilità di utilizzare le intercettazioni se rilevanti e indispensabili in procedimenti penali diversi rispetto a quelli per i quali è stata autorizzata, purché si tratti di reati per i quali è ammesso l’utilizzo di tale strumento di prova e l’estensione dell’uso del c.d. “trojan horse” ad ulteriori reati contro la P.A..

Il decreto in esame dispone infatti che le attività di intercettazione ambientale mediante trojan  – già ammesse a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 26889 sopra citata, solo nel caso di conversazioni “tra presenti” nei soli procedimenti per delitti contro la criminalità organizzata, e, a seguito del D.lgs. 216 del 2017, estesa anche ai procedimenti per i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni – abbiano luogo anche con riguardo ai delitti commessi dagli incaricati di un pubblico servizio contro la p.a., con gli stessi requisiti di pena edittale.

 

Rileva qui segnalare che le intercettazioni fin qui descritte sono mezzi di ricerca della prova, e si differenziano dalle c.d. intercettazioni preventive che invece avendo un mero carattere informativo, prescindono dalla commissione di un reato e servono alla sua prevenzione

e non sono processualmente utilizzabili.

Studio Legale Boccia

Leave a reply

CHIAMA ORA