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Avvocato penalista – maltrattamenti e abuso del potere correttivo

Avvocato penalista – maltrattamenti e abuso del potere correttivo

Milano, 14 maggio 2021.

Avvocato penalista – MALTRATTAMENTI E ABUSO DEL POTERE CORRETTIVO

L’Avvocato penalista Giuseppe Boccia, grazie ad una lunga esperienza nel settore, offre una valida assistenza tecnica, anche per le persone offese che intendono costituirsi parte civile nel procedimento penale per i reati di maltrattamenti e abuso del potere correttivo.

Il discrimine tra l’esercizio della responsabilità genitoriale e l’abuso del potere correttivo in capo al genitore, consiste nell’utilizzo della violenza: qualsiasi forma di violenza, fisica o psicologica, anche se posta in essere a scopo educativo, non costituisce mezzo di correzione o disciplina ma integra un reato.

Infatti chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte commette il delitto di abuso dei mezzi di correzione o disciplina. Ai sensi dell’art. 571 c.p. tale reato è punito con la reclusione fino a sei mesi se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente.

Se dal fatto deriva invece una lesione personale si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni ridotta di un terzo; se ne deriva la morte si applica la reclusione da tre a otto anni.

La norma in esame mira a reprimere la condotta di coloro che in forza della loro autorità abusano degli strumenti di disciplina e correzione nei confronti della persona a loro sottoposta o affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte.

La giurisprudenza ha chiarito che “non puó considerarsi lecito l’uso della violenza psichica costruttiva finalizzata, sul piano soggettivo, a scopi ritenuti educativi perché correttivi e disciplinari, tanto più quando il mezzo è usato a scopi, o con modalità d’ordine chiaramente vessatorio, o con finalità di punizione “esemplare”, o con umiliazione della dignità personale e relazionale del minore, o per mero esercizio di “autorità”, di esibizionistico prestigio, di profondo ed insindacabile potere personale ed istituzionale: non può, invero, perseguirsi, quale meta educativa e formativa, un armonico sviluppo della personalità minorile “in itinere”, sensibile ai valori di pace, di moderazione, di tolleranza, di razionalità, di moderazione, di solidale convivenza anche scolastica, usando metodi e mezzi di violenza psichica, costrittivi od ultronei che tali finalità contraddicono.(Cassazione penale sez. VI, 14/06/2012, n.34492).

Il reato di abuso dei mezzi di correzione è un reato proprio, in quanto puó essere commesso esclusivamente da soggetti legati al soggetto passivo da un vincolo di cui sono titolari in ragione di una particolare forma di autorità, che si sostanzia nello ius corrigendi, che sono quindi legittimati ad utilizzare mezzi di correzione o di disciplina.

La condotta contemplata dalla norma si sostanzia quando il soggetto attivo abusa del potere correttivo a lui spettante nei confronti della persona offesa, ossia quando lo ius corrigendi viene realizzato con modalità non adeguate o per interessi diversi da quelli per cui è previsto dall’ordinamento.

L’abuso dei mezzi di correzione è sottoposto a una condizione oggettiva di non punibilità, ossia è punito esclusivamente se da esso deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente. Rileva che ai fini dell’integrazione del reato, è reputato sufficiente “il mero pericolo che i soggetti passivi subiscano una malattia nel corpo o nella mente” (Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 12 febbraio 2008, n. 11038)

Ai fini dell’integrazione della fattispecie con il termine “malattia” è intesa qualsiasi contusione o alterazione, anche se lievissima, dell’integrità fisica personale.

Per ciò che concerne la nozione di malattia nella mente invece, la Cassazione ha sancito che essa “è più ampia di quelle concernenti l’imputabilità o i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo, dallo stato d’ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi del carattere e del comportamento.” (Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 16 febbraio 2010, n. 18289).

Il pericolo di una malattia fisica o psichica richiesto dalla norma non deve necessariamente essere accertato attraverso una perizia medico-legale, ma puó essere desunto anche dalla natura stessa dell’abuso, secondo le regole della comune esperienza; e puó ritenersi, senza la necessitá di alcuna indagine, nel caso in cui la condotta dell’agente presenti connotati tali da risultare suscettibile in astratto di produrre tale conseguenza.

Inoltre, trattandosi di tipico reato di pericolo, non occorre che questo si sia attuato. Se l’evento di pericolo si realizzasse, troverebbe applicazione la disciplina prevista nel comma 2 dell’art. in esame che, come detto sopra, sanziona con le pene previste dagli articoli 582 e 583 c.p., ridotte di un terzo se dal fatto deriva una lesione personale; invece se ne deriva la morte si applica la reclusione da tre a otto anni.

Ai fini dell’integrazione del reato in esame, per quanto concerne l’elemento soggettivo è sufficiente il dolo generico, non richiedendo la norma il dolo specifico, ossia un fine ulteriore rispetto alla consapevole volontà di realizzare il fatto costitutivo di reato. Nel delitto previsto dall’art. 571 c.p. l’elemento psichico consiste nella volontà e nell’intenzione di compiere il fatto al fine esclusivo di esercitare la legittima potestà disciplinare dell’agente. Il reato è infatti qualificato da un dolo specifico che si concreta nell’aver agito nell’esercizio dello ius corigendi e cioè dal particolare fine correttivo.

Per quanto concerne la differenza del reato disciplinato dall’art. 571 c.p. con quello dei maltrattamenti in famiglia, previsto invece dall’art. 572 c.p., la Cassazione ritiene integrato il reato di abuso dei mezzi di correzione solo nel caso in cui vi sia eccesso di metodi educativi leciti.  Per ciò che riguarda l’elemento distintivo tra i due reati esso viene ravvisato dalla Corte non nell’elemento soggettivo del reato ma nella condotta (Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 18 marzo 1996, n. 4904).

La giurisprudenza ha inoltre chiarito che “il delitto di “abuso dei mezzi di correzione e disciplinapresuppone un uso consentito e legittimo dei mezzi educativi, che, senza attingere a forme di violenza, trasmodi in abuso a causa dell’eccesso, arbitrarietà o intempestività della misura. Ove, invece, la persona offesa sia vittima di continui episodi di prevaricazione e violenza, tali da rendere intollerabili le condizioni di vita, ricorre il più grave reato di maltrattamenti in famiglia” (Cass. pen. Sez. VI, 12 settembre 2007, n.34460). 

La suprema Corte di Cassazione, a febbraio 2021, ha fatto luce sul punto partendo dal duplice presupposto per cui ai fini dell’integrazione del reato di abuso dei mezzi di correzione non è richiesto un reiterato ricorso alla violenza ma è necessario l’utilizzo inappropriato dei metodi correttivi.

La differenza fra le due fattispecie non deve cogliersi nel grado di intensità della condotta, in quanto entrambe le fattispecie risultano integrate da azioni umilianti perpetrate nei confronti del soggetto passivo, non necessariamente violente. La Cassazione ha inoltre precisato che qualsiasi forma di violenza, fisica o psicologica, non costituisce un mezzo di correzione o di disciplina, neanche se posta in essere a scopo educativo; ne consegue che in ipotesi di condotte violente, se sistematiche e tali da determinare un clima di abituale afflizione, si configura il delitto di maltrattamenti, a prescindere dalla finalità avuta di mira dall’agente; qualora invece una tale condotta non si verifichi, ciascuna condotta violenta è punita secondo le singole norme incriminatrici eventualmente applicabili al caso concreto.

Inoltre, in considerazione del fatto che il delitto previsto dall’art. 571 c.p. è integrato anche mediante una sola condotta abusiva, nel caso in cui l’impiego di mezzi correttivi inappropriati si ripeta e si realizzi un regime di sistematica prevaricazione ai danni del soggetto passivo, si deve ritenere allora integrato il più grave reato previsto dall’art. 572 c.p.

In conclusione, la Cassazione ha ribadito il pacifico orientamento giurisprudenziale secondo cui l’uso sistematico della violenza, anche se sorretto da animus corrigendi, non possa rientrare mai nella fattispecie di abuso dei mezzi di correzione in quanto l’uso della violenza per fini educativi non è mai consentito.

La pronuncia in esame chiarisce quindi il discrimine tra la fattispecie dell’abuso dei mezzi di correzione e quella dei maltrattamenti in famiglia, precisando che “l’elemento differenziale tra il reato di abuso dei mezzi di correzione e quello di maltrattamenti non può individuarsi nel grado di intensità̀ delle condotte violente tenute dall’agente, in quanto l’uso della violenza per fini correttivi o educativi non è mai consentito” (Cass. pen. sez. VI, 11/02/2021, (ud. 11/02/2021, dep. 25/02/2021), n.7518).

Tale principio è stato ribadito diverse volte dalla Cassazione che ha specificato che “con riguardo ai bambini il termine correzione va assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo” e che “l’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, anche lì dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti(Cass. 40959/2017).

Avvocato penalista - maltrattamenti in famiglia e abuso dei mezzi di correzione
Avvocato penalista – maltrattamenti in famiglia e abuso dei mezzi di correzione
Studio Legale Boccia

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