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Avvocato penalista – lesioni personali

Avvocato penalista – lesioni personali

Milano, 8 aprile 2019

Avvocato penalista – LESIONI PERSONALI

L’Avvocato penalista Boccia, dotato di una struttura organizzata ed efficiente, difende personalmente e in tutte le fasi processuali, i propri assistiti coinvolti in un procedimento penale per reati di lesioni personali; siano loro imputati o persone offese che intendono costituirsi parte civile.

Il reato previsto dall’art. 582 c.p. descrive la condotta di chi causa ad altri una “lesione personale dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente. Ciò che differenzia tale reato da quello delle percosse previsto dall’art. 581 c.p., e che lo contraddistingue, consiste nella circostanza che dall’azione violenta esercitata dall’aggressore deriva una malattia nel corpo o nella mente della vittima. Il bene che viene tutelato dalla norma, infatti, e che viene offeso con la condotta descritta, è l’integrità fisica e psichica della persona, concetto che può essere assimilato a quello più ampio di salute, diritto costituzionalmente rilevante (si veda, Cass. pen., Sez. Un., 18 dicembre del 2008, n. 2437).

Il causare una lesione personale non ha necessariamente un significato circoscritto all’azione di picchiare, colpire, ma ricomprende una qualsiasi manomissione fisica dell’altrui persona che abbia un effetto lesivo. Ne consegue che integra il reato di cui all’art. 582 c.p. – lesioni personale – e non quello di cui all’art. 586 c.p. – percosse – “la volontaria applicazione di violenza fisica alla persona, indipendentemente dalla forma in cui essa è esercitata, ogniqualvolta produca l’effetto di cagionare una lesione. Sotto il profilo psicologico è sufficiente ad integrare il dolo eventuale del delitto di lesioni volontarie la semplice accettazione del rischio che la manomissione fisica possa dar luogo ad effetti lesivi” (Cass. pen., sez. V, 19 gennaio 2018, n. 20797). I reati di percosse e lesioni, infatti, si distinguono solo per l’elemento oggettivo, ossia per la derivazione dall’aggressione, di una malattia nella fattispecie delle lesioni.

Pertanto la definizione di malattia risulta fondamentale per individuare la sussistenza del reato in esame. La nozione di malattia giuridicamente rilevante, ed in particolare quella di lesione personale, “non comprende tutte le alterazioni di natura anatomica ma solo quelle dalle quali deriva una limitazione funzionale o un significativo processo patologico o una compromissione di funzioni dell’organismo(Cass. pen., sez. IV, 19 aprile 2016, n. 22156). Ciò che quindi rileva ai fini del concetto di malattia è un’apprezzabile alterazione anatomica o funzionale dell’organismo verso un esito che potrà essere la guarigione perfetta, l’adattamento a nuove condizioni di vita o la morte. Ne deriva che non costituiscono malattia, e quindi non possono integrare il reato di lesioni personali, ma piuttosto quello meno grave di percosse, le alterazioni meramente anatomiche a cui non si accompagni una riduzione apprezzabile della funzionalità dell’organismo.

Così, per esempio, ricorre il delitto di lesioni e non già quello meno grave di percosse, in caso di contusione escoriata, in quanto tale malattia consiste nella lesione sia pure superficiale del tessuto cutaneo, ma che non si esaurisce in una semplice sensazione dolorosa ed ha come effetto un’alterazione patologica dell’organismo.

Allo stesso modo, integra la malattia di cui all’art. 582 cod. penl’acufene, in quanto disturbo caratterizzato dalla percezione di suoni non legati a stimoli esterni, e, come tale, determinativo di un’alterazione funzionale dell’organismo” (Cass. pen., sez. v, 18 maggio 2015, n. 34390). E ancora, “integra la malattia di cui all’art. 582 cod. pen. la “cervicalgia“, in quanto “dolore cervicale” localizzato nella parte posteriore del collo, che determina sofferenza e ridotta motilità del collo e della testa, e, quindi, una alterazione funzionale dell’organismo” (Cass. pen., sez. v, 18 maggio 2015, n. 34387).

Nell’ipotesi in cui, a seguito delle percosse subite, la vittima riporta un trauma contusivo, categoria in cui vengono ricompresi anche l’echimosi – ossia la rottura dei vasi sanguigni con conseguente infiltrazione del sangue nel tessuto sottocutaneo – e gli ematomi, che determina un’alterazione delle normali funzioni fisiologiche dell’organismo della parte lesa, tali da richiedere un intervento terapeutico con determinati mezzi di cura, si configura il delitto di lesioni volontarie.

Quanto detto finora, vale anche nel caso in cui oggetto della lesione sia la stato psicologico e mentale della vittima. Infatti, un’alterazione traumatica, anche temporanea del sistema nervoso va considerata malattia in senso clinico perché determina l’alterazione di uno o più centri nervosi. Pertanto per malattia nella mente ai fini del delitto di lesioni, è rilevante anche l’indebolimento, la depressione o l’inerzia dell’attività psichica.

Così, se a seguito di un’aggressione, la vittima riporta un’alterazione psicopatica che è stata causata dalla condotta dell’agente, quest’ultimo risponde di lesioni personali e per di più, aggravate, se la malattia, derivata dall’aggressione, presenta un carattere insanabile.

 

Altro elemento imprescindibile ai fini della configurazione del reato di lesioni personali, è rappresentato dalla sussistenza del dolo. Infatti il delitto di lesioni volontarie, da distinguersi con quelle colpose e non determinate dalla volontà del soggetto, richiede il dolo generico, consistente nella consapevolezza che la propria condotta provochi o possa provocare danni fisici alla vittima. Ciò significa che il reato di lesioni si realizza, non solo quando l’evento lesivo è voluto dall’agente, ma anche quando l’agente ha previsto ed accettato la possibilità che quel determinato evento si potesse realizzare e ciò nonostante ha posto in essere l’azione che ha determinato la lesione personale. Pertanto, è sufficiente l’intenzione di infliggere ad un’altra persona una violenza fisica. Il delitto di lesioni personali e quello di percosse, giova ripeterlo, non si differenziano per l’elemento intenzionale che sorregge l’azione violenta, ma solo per gli effetti che ne derivano. In entrambi i reati, infatti, l’elemento soggettivo consiste nel dolo generico e cioè nella coscienza e volontà di colpire taluno con violenza.

 

A seconda del tipo e della gravità della malattia, si distinguono quattro tipi lesioni che individuano un differente trattamento sanzionatorio.

Il primo tipo, previsto dall’art. 582, co. 1 c.p., è rappresentato dalle lesioni “lievissime” che si configurano quando il termine di guarigione della malattia causata non superi i 20 giorni e quando non ricorrono le circostanze aggravanti previste dall’art. 583 c.p. Il delitto è punibile solo e nell’ipotesi in cui la persona offesa esponga querela contro il responsabile dell’aggressione.

Il secondo tipo disciplinato dall’art. 582, co. 2 c.p. individua le lesioni “lievi” che si realizzano quando la malattia è giudicata guaribile in un arco temporale ricompreso tra i 21 ed i 40 giorni e sono procedibili d’ufficio – e cioè senza che la persona offesa esponga querela – e vengono sanzionate con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni.

Gli ultimi due tipi di lesioni, previste dal nostro ordinamento, rientrano tra le circostanze aggravanti previste dall’art. 583 c.p. Secondo la giurisprudenza prevalente, non si tratta di figure autonome di reato, bensì di circostanze aggravanti ad effetto speciale, con conseguente applicabilità del giudizio di bilanciamento ex art. 69 c.p., che comporta non una somma algebrica delle singole circostanze individuate dal giudice, ma un rapporto di compensazione tra le stesse, avendo come effetto un ammorbidimento della pena.

La lesione personale “grave” prevista dall’art. 583, co. 1 c.p. – terzo tipo –, per la quale si applica la pena della reclusione da tre a sette anni, è realizzata quando:

  • dal fatto deriva una malattia che mette in pericolo la vita della persona offesa, o una malattia/incapacità di svolgere le ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai 40 giorni;
  • dal fatto deriva un indebolimento permanente di un senso.

La lesione personale è, invece, “gravissima” e si applica la pena della reclusione da sei a dodici anni, quando ai sensi dell’art. 583, co.2 c.p.:

  • dalla lesione deriva una malattia certamente o probabilmente insanabile;
  • dalla lesione deriva la perdita di un senso;
  • dalla lesione deriva la perdita di un arto (o una mutilazione tale da renderlo inservibile), di un organo, della capacità di procreare, una permanente e grave incapacità della parola;
  • dalla lesione deriva la deformazione o lo sfregio permanente del viso.

 

In tutte le ipotesi descritte, quando il reato è punibile per mezzo di una querela presentata dalla vittima nei confronti dell’aggressore, la competenza a decidere sulla questione è del Giudice di Pace (l. n. 274/2000) e, in tal caso, la pena applicabile è la multa che va da un minimo di 516 a un massimo di 2.582 euro o la permanenza domiciliare da un minimo di 15 a un massimo di 45 giorni o la prestazione di lavoro di pubblica utilità da un minimo di 20 giorni a un massimo di 6 mesi.

Per tutte le altre ipotesi, la competenza è del tribunale in composizione monocratica.

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Studio Legale Boccia

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