
Truffe in criptovalute a Milano: come interviene lo Studio Penale Boccia
Milano è ormai uno dei punti più sensibili in Italia per le truffe legate alle criptovalute. Non solo perché è il centro finanziario del Paese, ma perché molte indagini su falso trading, exchange, wallet digitali e riciclaggio online passano proprio dal capoluogo lombardo.
Il problema è che le truffe in criptovalute non assomigliano più alla “classica” frode online. Sono più rapide, più tecniche e spesso più difficili da leggere per chi le subisce. Il denaro non sparisce semplicemente da un conto corrente: viene convertito, spostato tra wallet, trasferito su exchange esteri, talvolta frammentato in più passaggi per renderne complessa la ricostruzione.
È qui che il ruolo dell’avvocato penalista a Milano per criptovalute diventa decisivo: non solo per difendere chi è indagato, ma anche per assistere le vittime nella costruzione di una querela realmente utile alle indagini.
La truffa crypto non è solo “denaro perso”: è un fascicolo penale complesso
Nel diritto penale italiano, il punto di partenza resta spesso l’art. 640 c.p., cioè la truffa. Nel mondo delle criptovalute, gli artifizi e raggiri assumono forme molto precise: piattaforme di investimento fasulle, broker inesistenti, dashboard che simulano guadagni, promesse di rendimenti garantiti e richieste finali di ulteriori somme per “sbloccare” i profitti.
Il riferimento normativo ufficiale è l’art. 640 c.p.:
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:regio.decreto:1930-10-19;1398~art640
Ma quando la condotta passa attraverso sistemi informatici, accessi digitali, manipolazioni di piattaforme o trasferimenti non autorizzati di asset, il quadro può spostarsi anche sulla frode informatica. Il D.Lgs. 8 novembre 2021, n. 184 ha aggiornato l’art. 640-ter c.p. includendo espressamente anche il trasferimento di “valuta virtuale”, rendendo più chiaro il perimetro penale delle frodi crypto.
Il riferimento ufficiale è qui:
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2021-11-08;184~art2
Questo significa che la truffa in criptovalute non si esaurisce nel rapporto tra vittima e falso broker. Può coinvolgere reati informatici, riciclaggio, autoriciclaggio, abusivismo finanziario e, nei casi più strutturati, anche associazione per delinquere.
Il falso trading: la promessa del guadagno facile e la “tassa di sblocco”
Lo schema più frequente a Milano è quello del falso trading online. La vittima viene contattata tramite social, telefono, piattaforme di messaggistica o pubblicità apparentemente credibili. All’inizio viene chiesto un piccolo investimento, spesso poche centinaia di euro. Poi arriva la parte più insidiosa: una dashboard mostra guadagni rapidi, il presunto consulente invita a reinvestire, la fiducia cresce.
Il problema emerge solo quando la persona tenta di prelevare. A quel punto compaiono presunte tasse, commissioni, costi di verifica, spese di sblocco o richieste di ulteriori versamenti.
Questa seconda fase è spesso la vera firma della truffa: non serve a liberare il capitale, ma a prolungare il raggiro.
Dal punto di vista dell’avvocato penalista, la domanda non è solo “quanto è stato versato?”, ma soprattutto: dove sono finiti i fondi, quali wallet sono stati utilizzati, quali exchange sono stati coinvolti e quanto tempo è passato dall’ultimo trasferimento.
Il caso “Trust”: quando la truffa diventa rete transnazionale
Un caso significativo è l’operazione “Trust”, coordinata dalla Procura di Milano e condotta dalla Polizia Postale. Secondo quanto riportato, l’indagine ha riguardato una rete transnazionale dedita a frodi informatiche e riciclaggio online di criptovalute, con attività che hanno coinvolto Milano, Monza, Lodi e altre città italiane. L’operazione ha portato a perquisizioni, sequestri di dispositivi e criptovalute, e ha mostrato come questi schemi possano colpire vittime anche al di fuori del territorio nazionale.
La fonte è questa:
https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/frode-informatica-e-criptovalute-rip-deal-ti6k0d1g
Questo episodio è importante perché dimostra una cosa: le truffe crypto raramente sono “artigianali”. Dietro possono esserci strutture organizzate, ruoli differenziati, soggetti che agganciano la vittima, altri che gestiscono i wallet, altri ancora che riciclano i fondi.
Per la difesa penale, questa distinzione è centrale. Chi è indagato non sempre ha lo stesso ruolo del vertice dell’organizzazione. Un promoter, un intermediario, un consulente commerciale o un soggetto che ha prestato il proprio conto o wallet può trovarsi dentro un fascicolo molto più grande di quanto immaginasse.
Ed è proprio qui che lo Studio Penale Boccia lavora sulla ricostruzione del ruolo effettivo: cosa sapeva l’indagato, quale contributo ha dato, se aveva consapevolezza del disegno truffaldino, se ha ricevuto un vantaggio economico e se esistono elementi concreti per sostenere il dolo.
The Rock Trading: quando il caso crypto diventa diritto penale societario
Un altro caso centrale è quello di The Rock Trading, considerato uno dei procedimenti più rilevanti in Italia in materia di criptovalute. La vicenda ha riguardato il collasso dell’exchange, con il coinvolgimento di oltre 18.000 investitori e una bancarotta quantificata in circa 66 milioni di euro. Secondo la ricostruzione pubblicata, il Tribunale di Milano ha riconosciuto responsabilità per bancarotta fraudolenta, false comunicazioni sociali, formazione fittizia del capitale e infedeltà patrimoniale.
La fonte è questa:
https://www.avvocatobruschi.it/post/il-caso-the-rock-trading-il-primo-processo-penale-in-italia-in-materia-di-criptovalute
Questo caso è molto diverso dal falso trading telefonico. Qui non siamo davanti solo alla vittima che versa denaro a un finto broker, ma a un tema più ampio: la gestione di una piattaforma, la custodia degli asset digitali, la trasparenza verso i clienti, la separazione tra patrimonio dell’exchange e patrimonio degli utenti.
Per l’avvocato penalista, casi di questo tipo mostrano come le criptovalute non siano più una zona grigia fuori dal diritto. Sono beni patrimoniali, oggetto di responsabilità penale, sequestri, misure cautelari e pretese risarcitorie.
Il punto difensivo diventa allora molto tecnico: distinguere l’errore gestionale dalla distrazione, l’insolvenza dalla frode, la crisi aziendale dal dolo penale. Non basta leggere la blockchain: bisogna leggere anche bilanci, flussi, ruoli societari, delibere, comunicazioni interne e rapporti con gli utenti.
Riciclaggio e autoriciclaggio: quando il wallet diventa prova
Molti fascicoli sulle truffe in criptovalute non si fermano alla truffa. Quando i proventi vengono convertiti in Bitcoin, Ethereum o altri asset digitali per ostacolare la tracciabilità, possono emergere contestazioni di riciclaggio o autoriciclaggio.
Il riferimento normativo sull’autoriciclaggio è l’art. 648-ter.1 c.p.:
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2014;186~art3
La questione, però, non può essere semplificata. Usare criptovalute non significa automaticamente riciclare denaro. La difesa deve verificare se esista davvero un reato presupposto, se i fondi abbiano provenienza illecita, se il trasferimento abbia avuto una finalità dissimulatoria e se vi sia prova concreta del dolo.
Questo è uno dei punti più delicati: l’accusa non può fondarsi sull’idea che “crypto uguale illecito”. La complessità tecnica della blockchain non può trasformarsi in una presunzione di colpevolezza.
Sequestro del wallet: il primo vero punto di scontro
Nei procedimenti crypto, il sequestro del wallet è spesso il primo atto realmente incisivo. Può colpire fondi della vittima, asset dell’indagato, somme transitate su exchange o criptovalute conservate in cold wallet.
Il problema è che il valore delle criptovalute cambia continuamente. Per questo, un sequestro calcolato in modo automatico può diventare sproporzionato, soprattutto quando colpisce asset leciti insieme ad asset sospetti.
La difesa deve lavorare su tre aspetti: il nesso tra wallet e reato, la proporzionalità del vincolo e la distinzione tra fondi leciti e fondi contestati. Nei casi più complessi, l’impugnazione davanti al Riesame può diventare il momento decisivo per ridurre o eliminare un sequestro eccessivo.
La querela tecnica: perché la denuncia generica non basta
Per le vittime, uno degli errori più frequenti è presentare una denuncia generica: “mi hanno truffato con le criptovalute”, allegando qualche screenshot e il nome della piattaforma.
Spesso non basta.
Una querela efficace deve contenere dati tecnici precisi: indirizzi dei wallet, hash delle transazioni, TXID, screenshot delle conversazioni, cronologia dei versamenti, dati bancari, nominativi utilizzati dai presunti broker, indirizzi email, numeri di telefono e qualsiasi elemento utile a ricostruire il percorso del denaro.
La differenza è concreta. Una denuncia generica rischia di non consentire accertamenti tempestivi; una querela tecnica può permettere alla Polizia Postale e alla Procura di intervenire rapidamente sugli exchange, prima che gli asset vengano spostati altrove.
In questo senso, il ruolo dello Studio Penale Boccia non è solo “legale” in senso tradizionale: è anche organizzazione della prova. Il lavoro consiste nel trasformare dati digitali dispersi in un racconto processuale chiaro, utilizzabile e immediatamente comprensibile.
Difendere l’indagato: quando la tecnologia non basta a provare il reato
Dall’altra parte ci sono gli indagati: persone accusate di riciclaggio, autoriciclaggio, truffa, abusivismo finanziario o concorso in attività fraudolente.
In questi casi, la difesa non può limitarsi a negare. Deve ricostruire.
Bisogna capire se l’indagato fosse realmente titolare del wallet, se le credenziali siano state usate da altri, se vi sia stato furto d’identità, se i fondi provenissero da attività lecite, se l’operazione sia stata commerciale o speculativa e se esista una finalità concreta di occultamento.
Un conto è gestire asset digitali. Un altro è usare asset digitali per nascondere proventi illeciti.
Questa distinzione è il cuore della difesa penale in materia di criptovalute.
Milano e Lombardia: perché serve un approccio immediato
Le indagini in materia di crypto scam si muovono velocemente. I fondi possono essere spostati in pochi minuti. I server possono essere esteri. Gli exchange possono trovarsi fuori dall’Unione Europea. I nomi utilizzati dai broker possono essere falsi.
Per questo, aspettare è spesso l’errore peggiore.
Per la vittima significa perdere possibilità di blocco e recupero.
Per l’indagato significa lasciare che l’accusa costruisca una ricostruzione tecnica senza contraddittorio.
Lo Studio Penale Boccia, con sede a Milano e operante su tutto il territorio nazionale, interviene proprio in questa fase: analisi del caso, raccolta dei dati digitali, consulenza tecnica, redazione della querela, richiesta di sequestro, oppure difesa dell’indagato contro contestazioni sproporzionate o tecnicamente deboli.
Indirizzo: Milano, via Solferino 24 (MM Moscova – Linea Verde)
elefono: +39 0287177638
Email: info@studiopenaleboccia.it
Nel mondo delle criptovalute, il tempo è già prova.
Fonti esterne
- https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:regio.decreto:1930-10-19;1398~art640
- https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2021-11-08;184~art2
- https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2014;186~art3
- https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/frode-informatica-e-criptovalute-rip-deal-ti6k0d1g
- https://www.avvocatobruschi.it/post/il-caso-the-rock-trading-il-primo-processo-penale-in-italia-in-materia-di-criptovalute

