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La riforma della prescrizione

La riforma della prescrizione

LA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE

La prescrizione costituisce una causa di estinzione del reato, e rappresenta una rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva, in considerazione del tempo trascorso. La prescrizione si verifica quando dalla commissione dell’illecito trascorre un certo lasso di tempo (variabile da reato a reato) senza che sia intervenuto nessun giudicato.

La ratio posta a fondamento della prescrizione è di garanzia, in quanto da un lato l’istituto dovrebbe essere utile a sollecitare una pronta risposta da parte dell’amministrazione della giustizia, dall’altro dovrebbe garantire il cittadino dal pericolo di trovarsi esposto al potere punitivo dello Stato per un tempo non prevedibile, intrecciandosi poi questo profilo con l’altrettanto problematico tema delle garanzie di ragionevole durata del processo.

A differenza di altri paesi europei, nell’ordinamento italiano la prescrizione è un istituto di natura sostanziale, non processuale: ad esso si applicano perciò le garanzie che caratterizzano la materia penale, il principio di legalità ed il divieto di applicazione retroattiva di eventuali modifiche normative sfavorevoli per il reo. La stessa Corte Costituzionale ha ribadito la natura sostanziale dell’istituto sottolineando che “la prescrizione è parte del diritto penale sostanziale e soggetta al principio di legalità” (Corte Cost., 23.11.2016, ord. n. 24).

Pertanto la prescrizione, in quanto istituto di diritto sostanziale, trova collocazione all’interno della parte generale del codice penale, dagli articoli 157 e ss, inseriti nel capo I rubricato “della estinzione del reato” del titolo VI.

L’istituto è disciplinato dall’articolo 157 c.p., il quale prevede che la prescrizione “estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria”.

Il comma 2 dello stesso articolo prevede che per determinare il tempo necessario a prescrivere, si deve fare riferimento alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza che su tale grandezza possano poi incidere eventuali circostanze aggravanti o attenuanti applicabili al caso di specie.

Tuttavia per alcune fattispecie di reato particolarmente gravi, i termini prescrizionali sono raddoppiati. Si tratta delle ipotesi di frode processuale (di cui all’art. 375, c. 3, c.p.); le ipotesi di disastro colposo (previste dall’art. 449 c.p.); alcune ipotesi qualificate di omicidio colposo individuate dall’art. 589, cc. 2 e 3, c.p.; l’omicidio stradale (punito dall’art. 589-bis c.p.); i reati di natura associativa e terroristica (contemplati dall’art. 51, cc. 3-bis e 3-quater, c.p.p.); i delitti contro l’ambiente (individuati nell’ambito del Titolo VI-bis, Libro II, c.p.); il delitto di maltrattamenti contro familiari o conviventi (ex art. 572 c.p.); i delitti contro la personalità individuale (elencati nella Sezione I, Capo III, Titolo XII, Libro II c.p.); alcuni delitti contro la libertà sessuale, ed in particolare quelli di cui agli artt. 609-bisterquinques ed octies c.p..

Ai fini dell’individuazione del momento a partire dal quale computare il periodo di prescrizione, l’art. 158 c.p. (da ultimo sostituito dalla L. 9-1-2019, n. 3) prevede che il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione.

Il termine finale entro il quale la prescrizione deve compiutamente maturare al fine di produrre il proprio effetto estintivo , il c.d. dies ad quem, è stato individuato dalla giurisprudenza nel momento della lettura del dispositivo della sentenza di condanna, restando invece irrilevante il successivo periodo previsto per il deposito delle motivazioni (che l’art. 544 c.p.p. prevede poter arrivare sino a novanta giorni).

 

L’originario impianto normativo è stato oggetto negli ultimi quindici anni di tre importanti interventi di riforma.

La legge 251 del 2005, c.d. “ex Cirielli”, ha inciso notevolmente sull’assetto normativo con un intervento sulle modalità di calcolo del tempo necessario a prescrivere, sostituendo il criterio precedente, delle classi di reato individuate per fasce di pena, con il criterio che equipara il tempo necessario a prescrivere al massimo della pena edittale stabilita dalla legge per ogni singolo reato, con la precisazione che, in caso di delitto il tempo necessario a prescrivere non può essere inferiore a sei anni, in caso di contravvenzione a quattro.

 

Più di recente invece la Riforma Orlando, legge 103 del 2017, è intervenuta in merito ai rapporti tra vicenda estintiva del reato e processo, aggiungendo all’art. 159 c.p.  due ulteriori ipotesi di sospensione del corso della prescrizione decorrenti, rispettivamente, dalla sentenza di condanna in primo ed in secondo grado, al fine di allungare i termini di prescrizione durante lo svolgimento del processo e favorire, così, il raggiungimento di una decisione nel merito.

Nello specifico, il corso della sospensione è sospeso dal termine per il deposito della motivazione della sentenza di condanna in primo grado, anche se emessa in sede di rinvio, fino alla pronuncia del dispositivo che definisce la sentenza che definisce il grado successivo, e comunque per un tempo non superiore a un anno e sei mesi; e, per ciò che concerne la seconda ipotesi, dal termine per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di secondo grado, anche se emessa in sede di rinvio, fino alla pronuncia del dispositivo della sentenza definitiva, e comunque per un tempo non superiore a un anno e sei mesi.

Questi periodi di sospensione vengono ricomputati ai fini del calcolo del termine di prescrizione in caso di proscioglimento dell’imputato nel grado successivo, o di annullamento della sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della sua responsabilità, o di dichiarazione di nullità della decisione (in alcune specifiche ipotesi previste dall’art. 604 c.p.p.) con conseguente restituzione degli atti al giudice.

Inoltre, in caso di concorso tra la causa di sospensione dovuta alle condanne nei gradi di merito e le altre cause sospensive previste dal primo comma dell’art. 159 (autorizzazione a procedere, deferimento ad altro giudizio, impedimento delle parti o dei difensori, assenza dell’imputato o rogatoria all’estero), il termine è prolungato per il periodo corrispondente.

Per ciò che concerne i casi di interruzione del corso della prescrizione, è stato modificato l’art. 160 c.p. che attualmente prevede che anche l’interrogatorio reso alla polizia giudiziaria, su delega del PM, interrompe il corso della prescrizione.

Infine, è stato modificato l’art. 161 c.p., che disciplina gli effetti dell’interruzione e della sospensione della prescrizione. In particolare, la riforma prevede che l’interruzione ha effetto per tutti coloro che hanno commesso il reato e la sospensione ha effetto solo per gli imputati nei cui confronti si sta procedendo.

 

Da ultimo, la Riforma Bonafede, legge 3 del 2019, ha ulteriormente riformato la disciplina della prescrizione. L’intervento legislativo in commento ha abrogato le disposizioni in tema di sospensione del corso della prescrizione introdotte poco più di un anno prima e ha previsto il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado o dopo il decreto penale di condanna, sino alla esecutività della sentenza che definisce il giudizio o all’irrevocabilità del decreto penale di condanna. Il decorso della prescrizione, infatti, viene sospeso con la sentenza di primo grado o con il decreto di condanna, terminando così di decorrere con l’emissione del provvedimento giurisdizionale di primo grado. Ciò, indipendentemente dal contenuto della sentenza, sia essa di condanna o di assoluzione.

In particolare, l’art. 1, co. 1, lett. e) della legge 3 del 2019 ha introdotto al secondo comma dell’art. 159 c.p. la seguente disposizione: “…il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”.

In questo modo la prescrizione del reato può maturare soltanto prima della sentenza di primo grado, e non anche dopo.

Dal punto di vista pratico ciò comporta che per tutti i fatti commessi dopo il 1° gennaio 2020 la prescrizione del reato non potrà più verificarsi nei giudizi di Appello e di Cassazione.

Un’ulteriore modifica attiene al criterio tradizionalmente utilizzato per l’individuazione del termine di decorrenza della prescrizione nelle ipotesi di reato continuato, posticipandolo fino al giorno della cessazione della continuazione.

 

L’intento del legislatore è quello di limitare il numero di reati che si prescrivono ogni anno e disincentivare gli atti di appello per finalità dilatorie e incentivare i riti alternativi, unica soluzione per ridurre i tempi medi di definizione del processo.

Le nuove disposizioni si applicano solo ai fatti di reato commessi successivamente alla loro entrata in vigore. Alla prescrizione, infatti, come detto sopra, essendo un istituto di diritto sostanziale, trova applicazione la disciplina in tema di successione delle leggi penali nel tempo, ed in particolare l’art. 2, comma 4, c.p. secondo cui “se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”.

Per i fatti commessi precedentemente potrà invece continuare a trovare applicazione la normativa precedente, più favorevole per il reo sia laddove consentiva di pervenire ad una declaratoria di estinzione del reato per prescrizione maturata anche nei gradi di giudizio successivi al primo, sia nella parte in cui disciplinava diversamente l’individuazione del dies a quo per il decorso della prescrizione nelle ipotesi di reato continuato.

Tanto la riforma Orlando, quanto quella del 2019, mirano a ridurre il numero dei procedimenti penali definiti con la declaratoria della prescrizione del reato, limitatamente alla fase successiva al giudizio di primo grado.

In virtù dell’incidenza della prescrizione del reato che si determina nel grado di appello, la riforma Orlando ha tentato di porre rimedio attraverso il meccanismo di sospensione del corso della prescrizione del reato correlato alle fasi del giudizio di secondo e terzo grado, limitatamente peraltro all’ipotesi in cui sia stata pronunciata una sentenza di condanna, di cui si è detto sopra. La riforma Orlando ha così fatto dipendere il tempo necessario a prescrivere il reato dall’esito del processo.

La legge n. 3 del 2019 invece, prevede, a decorrere dal 1° gennaio 2020, una soluzione più radicale: il blocco del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado (o il decreto di condanna), indipendente dall’esito, di condanna o di assoluzione.

 

Si pone però il problema della possibile violazione di garanzie e di principi costituzionali, a partire da quello della ragionevole durata del processo, consacrato nell’art. 111, co. 2 Cost. e nell’art. 6 Cedu. Per questi motivi la nuova riforma della prescrizione del reato è stata accompagnata nel corso dei lavori parlamentari da diverse critiche.

Studio Legale Boccia

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