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Il Reato di Estorsione

Il Reato di Estorsione

L’estorsione, configurata dall’ordinamento giuridico italiano all’art. 629 del Codice Penale, incarna una delle figure delittuose contro il patrimonio, perpetrata mediante l’impiego di violenza o minaccia, al fine di costringere taluno a compiere, tollerare od omettere atti, con conseguente procurazione di un ingiusto profitto per sé o per altri, a danno della vittima.

L’elemento oggettivo del reato si identifica nella condotta coercitiva, che deve essere idonea e concretamente lesiva, in grado di indurre la parte lesa ad un comportamento contro la propria volontà. La minaccia o la violenza devono rivestire gravità tale da annullare il libero arbitrio del soggetto passivo, determinando un vizio del consenso che si traduce in un atto di disposizione patrimoniale o economica.

Sul piano dell’elemento soggettivo, il reato di estorsione richiede il dolo specifico, consistente nella consapevolezza e volontà di coartare la vittima mediante intimidazione o violenza, con l’intento di ottenere un profitto ingiusto. È essenziale che l’agente abbia la precisa finalità di arrecare un danno patrimoniale alla vittima, tramite l’alterazione della libertà decisionale e d’azione di quest’ultima.

Il delitto si considera consumato nel momento in cui l’agente ottiene il “profitto ingiusto”, indipendentemente dall’eventuale utilizzo o godimento dello stesso. Il tentativo è punibile ex art. 56 c.p. quando l’azione coercitiva sia inequivocabilmente iniziata ma non porti a conseguenze per cause indipendenti dalla volontà dell’agente.

La legge prevede specifiche circostanze aggravanti, come l’uso delle armi o di mezzi idonei ad impedire la pubblica o privata difesa, nonché l’aggravante per avere commesso il fatto da parte di persona che fa parte di un’associazione di stampo mafioso, da persona travisata o da più persone. L’analisi delle circostanze attenuanti, invece, richiede un’indagine concreta sulla personalità dell’agente e sulle modalità di esecuzione del fatto.

In sede processuale, la difesa dell’imputato per estorsione può articolarsi su più livelli, includendo la contestazione dell’elemento soggettivo, la negazione della materialità dell’atto coercitivo o l’impugnazione della diretta correlazione tra minaccia e vantaggio ottenuto. Elementi di prova, testimonianze e perizie psicologiche possono rivestire un ruolo importante nella disamina delle circostanze e nell’eventuale confutazione delle imputazioni.

L’analisi del reato di estorsione non può prescindere dall’esame degli aspetti psicologici che intercorrono nella dinamica tra aggressore e vittima. La psicologia criminale fornisce spunti cruciali per comprendere le motivazioni dell’estortore e l’impatto subito dalla vittima, inclusi il trauma e le possibili sindromi post-traumatiche. Dal punto di vista socio-economico, l’estorsione incide negativamente sul tessuto economico e sociale, in quanto mina la fiducia nelle istituzioni e nel sistema economico, oltre a generare un clima di insicurezza.

Nel procedimento penale, l’accertamento della responsabilità per il reato di estorsione richiede un’analisi accurata e dettagliata degli elementi d’indagine, prima, e delle prove, dopo. L’escussione di persone informate sui fatti, anche nell’ambito delle indagini difensive, le evidenze in ordine al tenore delle comunicazioni tra agente e vittima, ed in taluni casi le perizie tecniche e psicologiche, sono elementi dirimenti nell’ambito dell’accertamento o meno della penale responsabilità dell’imputato. La giurisprudenza ha delineato criteri rigorosi per la valutazione sull’attendibilità delle prove, enfatizzando la necessità di un quadro probatorio coerente e robusto ai fini dell’accertamento di responsabilità.

L’estorsione può presentare altresì intersezioni con altri reati, quali il sequestro di persona a scopo di estorsione, la rapina ed il riciclaggio di denaro. Il concorso di persone nel reato di estorsione, sia in termini di coautori che di partecipazione, introduce ulteriori sfaccettature e questioni nella determinazione della responsabilità individuale e collettiva, nonché nella quantificazione della eventuale relativa pena.

L’estorsione è una delle figure più invasive e pericolose nell’ambito dei delitti contro il patrimonio, delineata dall’art. 629 del Codice Penale. Questo delitto, lo si ribadisce, si configura quando un individuo, mediante l’utilizzo di violenza o minacce, induce un altro soggetto a compiere, tollerare o omettere atti, risultando in un trasferimento di valori economici definibile quale “ingiusto profitto”.

Il fulcro dell’estorsione risiede dunque nella coartazione della volontà della vittima: l’elemento distintivo è la violenza o la minaccia, che deve essere tale da incutere un timore sufficientemente grave da coartare la libertà decisionale dell’individuo. La violenza può essere fisica o morale, ma deve comunque essere capace di generare una pressione non trascurabile per il soggetto che la subisce.

Dal punto di vista soggettivo, il dolo necessario per la configurazione di tale reato implica la consapevolezza e la volontà di esercitare coercizione al fine di ottenere un profitto ingiusto per sé o per altri.

È cruciale, in sede di applicazione pratica della norma, distinguere l’estorsione da figure delittuose affini ma distinte, come la minaccia o la rapina, valutando attentamente la natura e il contesto delle azioni dell’agente, nonché l’impatto sul soggetto passivo.

Ad esempio, in tema di esercizio arbitrario delle proprie ragioni ed estorsione – con specifico riferimento al concorso del terzo – la Suprema Corte di Cassazione, Sez. II, n. 46097 del 15.11.2023, ha statuito i seguenti principi di diritto:
“in caso di concorso del terzo nel delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, l’interesse proprio del terzo che vale a determinare la più grave qualificazione giuridica ai sensi dell’art. 629 cod. pen. deve essere individuato in un ingiusto profitto con danno altrui senza che rilievo assuma il movente dell’azione criminosa” ed ancora “ai sensi della disciplina dettata dagli artt. 47 e 48 cod.pen. ove il terzo esecutore abbia posto in essere l’azione incriminata sulla base della falsa materiale rappresentazione della realtà determinata dall’inganno perpetrato dal creditore o dal titolare del diritto, del reato più grave, l’estorsione, risponde l’istigatore autore dell’inganno (ex art. 48 cod.pen.) e del fatto meno grave, l’esercizio arbitrario, risponde l’esecutore materiale ai sensi del secondo comma dell’art. 47 cod.pen.”.

Sotto il profilo giurisprudenziale, la consumazione del reato si verifica non nel momento in cui viene esercitata la violenza o proferita la minaccia, ma al momento in cui l’agente ottiene l’ingiusto profitto, vale a dire il trasferimento del valore economico. Ciò significa che il reato di estorsione si consuma con l’effettivo arricchimento dell’agente o con il conseguimento del vantaggio ingiusto, e non meramente con l’atto coercitivo. In caso contrario verrebbe a configurarsi l’ipotesi di tentativo di estorsione.

Avvocato Penalista e Processi per Estorsione: Studio Penale Boccia al Vostro Servizio
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