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Avvocato penalista – maltrattamenti in famiglia

Avvocato penalista – maltrattamenti in famiglia

Milano, 28 maggio 2021

Avvocato penalista – MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

L’Avvocato penalista Boccia, dotato di una struttura organizzata ed efficiente, difende personalmente e in tutte le fasi processuali, i propri assistiti coinvolti in un procedimento penale per reati di maltrattamenti contro familiari e conviventi; siano loro imputati o persone offese che intendono costituirsi parte civile.

L’art. 572 c.p. tutela la salute e l’integrità psico-fisica di soggetti che appartengono ad un contesto familiare o ad esso assimilabile (c.d. para-familiare).

Il richiamo contenuto nella norma al concetto di famiglia va riferito a quei rapporti e relazioni che si caratterizzano per una stabilità nel tempo e che presuppongono un legame di reciproca assistenza e protezione (Corte di Cassazione, sent. n. 21329/2007). Pertanto il reato in esame si configura come proprio: per la sua realizzazione, infatti, è necessario che i soggetti che pongono in essere la condotta punita, siano legati da un vincolo di familiarità o para-familiarità (come sopra inteso) con la persona offesa.

Ai fini della realizzazione del reato previsto e punito dall’art. 572 c.p., infatti, deve considerarsi “familiare” ogni legame, che per relazioni sentimentali o consuetudini di vita siano diventati rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di convivenza. Fatto salvo quanto detto, il delitto di maltrattamenti contro familiari o conviventi, fondandosi sulla centralità ce assume il vincolo affettivo e relazionale, può essere configurato anche in assenza di un rapporto di convivenza: quando questa sia cessata a seguito di separazione legale o di fatto.

La convivenza o la coabitazione, infatti, non sono presupposti imprescindibili del delitto di maltrattamenti dal momento che ciò che viene tutelato dalla norma è l’esistenza di relazioni continuative: è in conseguenza di tali relazioni familiari o di analoghe situazioni di fatto o di altri rapporti para-familiari che le persone vittime della condotta sopraffattoria descritta dalla norma in esame, si trovano a subire i maltrattamenti poste in essere dal soggetto attivo.

Per quanto concerne l’elemento oggettivo, la condotta consiste nella reiterazione di più atti lesivi dell’integrità fisica o morale dei soggetti passivi indicati dalla norma.

Il delitto di maltrattamenti è configurabile, per tali ragioni, anche in una sua più vasta accezione: nelle ipotesi in cui le condotte maltrattanti rappresentano una degenerazione dei mezzi di correzione che vengono rivolte a persone collegate all’agente da un rapporto di dipendenza o per lo svolgimento di un arte o una professione.

Si tratta di azioni persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (c.d. mobbing) e che integrano il delitto di maltrattamenti in famiglia qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare. Si configura infatti “l’ipotesi di maltrattamenti quando le vessazioni in ambito lavorativo avvengono in un contesto di parafamiliarità, ossia di prossimità permanente, di abitudini di vita proprie e comuni alle comunità familiari, con modalità, tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da discrezionalità e informalità” (Cass. pen. sez. VI, decisione del 28 giugno 2017, n. 39338).

Per la configurabilità del reato occorre che la condotta maltrattante sia la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile. Nella nozione di “maltrattamenti” rientrano i fatti lesivi della integrità fisica o morale della persona offesa che realizzano una condotta di sopraffazione sistematica tale da rendere particolarmente dolorosa la stessa convivenza.

Ai fini della configurabilità del delitto di maltrattamenti, l’art. 572 c.p. richiede il dolo generico, consistente nella coscienza e nella volontà di sottoporre la vittima ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale, instaurando un sistema di sopraffazioni e di vessazioni che ne avviliscono la personalità. Nel delitto di maltrattamenti il dolo è generico, poiché non si richiede che l’agente sia animato da alcun fine di maltrattare la vittima, essendo sufficiente la coscienza e la volontà di sottoporre la stessa alla propria condotta abitualmente offensiva.

Rilevano ai fini della sussistenza della condotta anche gli atti omissivi, laddove, in presenza di un dovere giuridico prescritto, ci si astenga dall’eseguirlo (es. responsabili di una struttura per anziani che non impediscono il maltrattamento dei medesimi da parte di terzi).

Per quanto concerne la consumazione, il delitto, presupponendo un arco di tempo abbastanza lungo, si perfeziona con l’ultimo degli atti posti in essere dall’agente.

Il delitto di maltrattamenti in famiglia assorbe i delitti di percosse e minacce, anche gravi, quando questi rappresentano elementi essenziali della violenza fisica o morale propria della fattispecie prevista dall’art. 572 c.p. Ne consegue che qualora il bene giuridico offeso non riguardi l’assistenza familiare, l’ipotesi di reato prevista dall’art. 572 c.p. concorre con i reati di lesione e percosse eventualmente verificatesi.

La cornice edittale è stata di recente modificata dall’art. 9 comma 2 lett. a) della L. 19 luglio 2019 n. 69: il reato di maltrattamenti è oggi punito con la reclusione da 3 a 7 anni, anziché da 2 a 6 anni.

 

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Studio Legale Boccia

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