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Stalking – reati contro la libertà individuale

Studio Penale Boccia Milano - Stalking - Reati contro la libertà individuale

STALKING

L’Avvocato penalista Boccia, dotato di una struttura organizzata ed efficiente, difende personalmente e in tutte le fasi processuali, i propri assistiti coinvolti in un procedimento penale per reati di stalking; siano loro imputati o persone offese che intendono costituirsi parte civile.

Il reato di “stalking”, propriamente definito con il nome di “atti persecutori” viene disciplinato dall‘art. 612 bis c.p., che punisce con la pena della reclusione da un anno a sei anni e sei mesi e salvo che il fatto non costituisca reato più grave, chi “con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita“.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge (anche se separato o divorziato) o da una persona legata affettivamente alla vittima. Può inoltre essere aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità.

Il bene tutelato dalla norma in esame è costituito dalla libertà psichica e morale della persona che vengono seriamente lese dalle reiterate condotte di minaccia o molestia poste in essere dall’autore di reato.

È integrato il delitto di stalking quando le condotte sopramenzionate causino nella vittima almeno una delle seguenti condizioni:

  • un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • il fondato timore per la propria incolumità o per quelle persone a cui la vittima è legata affettivamente;
  • la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.

Pertanto è sufficiente il verificarsi di anche uno solo degli stati indicati affinché possa ritenersi realizzato il reato di stalking. In relazione a ciò è utile sottolineare che “la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia  o di paura, deve essere ancorata a elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente e anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata”(Cass. pen., sez. V., 14 febbraio 2018, n. 14200). La condotta rilevante può essere sia quella posta in essere con la presenza fisica dell’agente, che quella estrinsecatasi per il tramite di telefonate, sms, e-mail e messaggi tramite internet, nonché l’utilizzo dei social network (Facebook e Instagram) per la pubblicazioni di immagini o video dal contenuto offensivo o ingiurioso.

Per quanto riguarda lo stato di ansia prodotto, non è richiesto necessariamente l’accertamento clinico, ma è sufficiente che gli atti persecutori, come sancisce la Cassazione: “abbiano avuto un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612 bis c.p. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 c.p.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica” (Cass. n. 16864/2011).

Per alterazione delle abitudini di vita si intende la modifica del proprio modo di vivere quotidiano, resasi necessaria a fronte delle condotte persecutorie da parte del soggetto agente.

Nel delitto di stalking, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico (Cass. pen., sez. V, 7 novembre 2018, n. 61), in tal modo non richiedendo la norma, alcun fine particolare e ulteriore perché il fatto sia considerabile reato. È così sufficiente, la mera consapevolezza del fatto che la propria condotta vada ad integrare, assieme alle altre, quella indicata dall’art. 612 bis c.p., ovvero sia di natura persecutoria, nel senso prima espresso (Cass. n. 29859/2015).

Ai fini probatori, infatti, bisogna solamente dimostrare che la condotta molesta e persecutoria, abbia indotto nella vittima “lo stato di ansia e timore”, senza tuttavia che risulti necessario provare anche l’alterazione delle condotte di vita.

Il reato è punito a querela della persona offesa. Ciò significa che affinché l’autore del reato di stalking venga perseguito penalmente, è necessario che la vittima si attivi per esporre querela e denunciare alle pubbliche autorità quanto subito dall’agente.

Il termine per poter fare ciò, è di sei mesi e inizia a decorrere dalla consumazione del reato, che coincide con “l’evento di danno” ossia con le alterazioni delle abitudini di vita, con lo stato di ansia innescato nella vittima dall’agente oppure con “l’evento di pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto. È utile sottolineare che il reato di stalking è integrato anche da singole condotte reiterate in un arco temporale ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di essi, benché temporalmente concentrata, sia connessa con uno degli eventi considerati dall’art. 612 bis c.p. Ne consegue che, il tempo potrebbe essere anche solo di un giorno, a condizione che sussistano gli eventi considerati nella norma incriminatrice (si veda Cass. pen., sez. V, sentenza dell’8 febbraio 2019, n. 19255). Pertanto “ai fini della rituale contestazione del reato di stalking non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e le conseguenze per la persona offesa” (Cass. pen., sez. V, sentenza del 27 aprile 2017, n. 28623).

La remissione della querela – ossia la possibilità di ritirare la querela contro l’agente – può essere soltanto processuale e non è possibile nelle ipotesi previste dalle aggravanti indicate nel terzo comma dell’art. 612 bis c.p., ossia nei casi in cui gli atti persecutori siano stati commessi ai danni di un minore o di una persona con disabilità o con minacce gravi (in particolare con uso di armi).

È inoltre possibile, in caso di denuncia per atti persecutori, richiedere la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, ex art. 282 ter c.p.p.

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